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Prefazione a: La giustizia imperfetta
La giustizia imperfetta - Prefazione di Aldo Carotenuto.
Quando si parla di giustizia, si apre inevitabilmente una breccia anche
all'interno della psicologia umana, giacché è mia convinzione che il
diritto nasca necessariamente come sentimento, ancor prima che come
sistema giuridico complesso e razionale. In qualunque relazione ci si
ponga con il mondo esterno, non si può non riscontrare un desiderio
primario di comprensione, di difesa e di realizzazione, nel nostro agire.
L'uomo nasce solo, nell’illusione onnipotente che ciò che lo circonda sia
un’appendice della sua volontà e dei suoi bisogni; e, almeno in questo
stadio, non esiste legge o morale che tenga, ma solo la necessità di
sopravvivere. In un'altalena di soddisfazioni e frustrazioni, il bambino -
la cui ingenuità può essere intesa anche come 'malvagità' primaria - si
avvede che deve fare i conti con una realtà indipendente. Ecco che nasce
la coscienza, come conoscenza del limite, di ciò che non è consentito
fare. Improvvisamente, ma solo per un breve periodo, il mondo esterno ed
interno assumono i tratti della distruttività, della casualità e della
minaccia... ma l'unilateralità può diventare mortale se non si
ristabilisce un equilibrio, un'antitesi. Nascono, così, in risposta a un
non-senso, gli archetipi del bene e del male. Il 'bene' è la nostra
volontà di vivere, a cui si oppone il 'male' come negazione, imposta
dall'esterno, del nostro desiderio. Siamo ancora in una prospettiva 'monoculare',
dove tutto viene rapportato al soddisfacimento o meno dei bisogni
individuali, e la vita stessa è una lotta continua. Successivamente, per
sanare questa tensione e questo conflitto permanente con la realtà, saremo
indotti ad ammettere che è necessario adattarsi ed adattare. Esterno e
interno cominciano a dialogare, definendo gli accordi che assicureranno
una 'pacifica' convivenza: nasce, dunque, il "diritto" a vivere e lasciar
vivere. Detto così può sembrare tutto molto semplice e lineare, ma allora
perché le cose non funzionano? Perché la legge non viene rispettata?
Perché il diritto, pur dovendoci tutelare, si rivolta contro di noi?
Hobbes diceva "homo homini lupus" e, con questo, chiudeva ogni discussione
sulla natura umana. Ma davvero è così semplice? Probabilmente no, perché -
come in tutti i patteggiamenti - c'è sempre qualcuno che, strada facendo,
cambia le carte in tavola; e magari non necessariamente perché è
disonesto, ma perché sono cambiati la sua condizione, le sue esigenze, i
suoi bisogni. Nulla nel mondo della natura può dirsi 'dato' e immutabile.
Il nostro modo di guardare l'universo, cambia in continuazione,
soprattutto perché cambiano gli affetti e le disposizioni interiori, le
domande e le risposte: quello che era giusto all'epoca degli antichi
romani, può non esserlo più oggi, e viceversa. Purtroppo, la crescente
complessità delle nostre strutture sociali, cognitive, culturali e
giuridiche ha portato a un progressivo allontanamento della risposta dalla
domanda. Capita allora che il sistema cambi più lentamente, o in maniera
inadeguata, rispetto alla coscienza individuale; così come l'individuale
cambia sempre più repentinamente del collettivo. Come giustamente ci fa
notare l'autore, il sistema è diventato impersonale - e io aggiungerei
razionale - al punto da non rispettare più il singolo in quanto uomo,
dotato di emozioni. Non Dimentichiamo infatti che prima del 'giusto modo
di pensare' viene sempre il ‘giusto modo di sentire'. Quando questo
divario, tra personale e impersonale, tra senso comune e legge, diventa
troppo grande si apre inevitabilmente una voragine, in cui impera la
"giustizia delle grida". La trasgressione, allora, può diventare il modo
più immediato per far valere le proprie ragioni, a fronte di un sistema
che non vuoI sentire ragioni. Ma dietro di essa c'è sempre una domanda
irrisolta, che sarà difficile far tacere con la semplice repressione. Si
dice che la voce della coscienza è debole, ma persistente e, quando rimane
troppo a lungo inascoltata, può diventare un grido. Non si può chiedere a
un uomo di rinunciare, sempre e in ogni caso, a favore di un bene sommo e
irraggiungibile; perché a fronte di quella rinuncia, i cui effetti
collettivi si perdono nel nulla, c'è la morte spirituale di un uomo. Se
Galileo Galilei o Giordano Bruno avessero rinunciato a vivere, a pensare
con la propria testa, a seguire i propri sentimenti, il danno collettivo
sarebbe stato ben maggiore della momentanea destabilizzazione della legge!
"Eppur si muove". Dentro, qualcosa continua a muoversi e a tormentarci,
anche se vorrebbero farci credere il contrario. Uno dei grandi limiti
della giustizia è proprio quello di non rispettare più la voce della
coscienza, esattamente come la coscienza trasgressiva non rispetta più la
legge: le trattative si sono interrotte; siamo tornati alla logica della
lotta per la sopravvivenza del più forte. L’assurda pretesa di voler
perseguire il 'vero' e il 'giusto', come se fossero forme eterne e apriori,
anziché umane tensioni soggette al cambiamento, può portare solo al dogma
e al totalitarismo... insomma, all'ingiustizia e al rancore. L'autore ci
fa notare, con un accurato excursus storico, come la retorica, arma
dell'uomo di legge, si sia trasformata - nei secoli - da disciplina della
rettitudine in abilità manipolativa, da strumento atto a rivelare il vero
- almeno così la intendeva Socrate - a strumento per nascondere la verità.
La parola, dunque, si è asservita alla fredda razionalità del calcolatore,
invece che al pathos dell'anima. Con ciò è diventata lettera morta, ancor
prima di essere pronunciata: l'estraneità dell'uomo alla legge si fa
sempre più pronunciata, perché quello che si sente dire in un’aula di
tribunale assomiglia molto di più ad un calcolo ben fatto, che a un
afflato di giustizia. Probabilmente la propensione che talune persone
hanno per la pena di morte è proprio l'estremizzazione di questo bisogno
di tornare ad una giustizia a misura d'uomo, che parli la lingua
dell'uomo, anche se in questo caso è la lingua della sua brutalità. Il
proposito con cui Cataldi conclude il suo libro, ossia quello di
recuperare la coscienza come fonte di diritto, mi sembra assolutamente
centrato. Non si può porre fine ad uno stato di malessere in altro modo
che ascoltando e interpretando le sue ragioni o, ancor prima, le sue
emozioni. Aldo Carotenuto
Leggi il capitolo introduttivo
Le principali pubblicazioni:
Lo sguardo dell'innocenza (2005)
La giustizia imperfetta (1998)
- prefazione
- introduzione
Il fascino del potere (1999)
- prefazione -
introduzione
Pubblicazioni on-line
La responsabilità professionale del medico (2004)
Il consenso informato (Maggioli 2007)
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